I centri sociali come luoghi di innovazione aperta

Intervista a Paolo Venturi e Sara Rago

Si avvia a  conclusione la prima fase del progetto “Case di Quartiere” che intende valorizzare, aggiornandoli, identità e funzioni dei centri sociali di Reggio Emilia. L’obiettivo? Potenziare la dimensione di prossimità come possibile unità di misura della progettazione ed erogazione di servizi e opportunità per i quartieri e come strumento di sviluppo del senso di appartenenza dei cittadini alle proprie comunità di riferimento, a partire dalla capacità di auto-organizzazione.

Ci stiamo lavorando da mesi, insieme agli attuali comitati di gestione, alle associazioni e ai volontari, impegnati in un percorso di supporto e formazione-intervento, secondo la metodologia del co-design.

Ci accompagnano nel cambiamento Social Seed, che per mestiere “guida” queste trasformazioni, ed Aiccon, Centro Studi promosso dall’Università di Bologna, autorevole punto di riferimento scientifico grazie alla continua attività di formazione e ricerca sui temi più rilevanti per il mondo della cooperazione, del non-profit e dell’economia civile.

Abbiamo raggiunto Paolo Venturi e Sara Rago, rispettivamente Direttore e Coordinatrice Area Ricerca di Aiccon, per un confronto e uno scambio che aiuta a comprendere il percorso e il suo impatto sulla comunità reggiana.

All’origine del percorso intrapreso insieme, è stato fondamentale ridefinire il concetto di “luoghi” non solo come “spazi” ma anche come identità socio-culturali. Cosa significa questo passaggio concettuale e perchè è così importante per passare da “centri sociali” a “case di quartiere”?

La differenza tra spazi e luoghi è sostanziale: un luogo, per essere definito tale, deve essere in grado di coagulare e coadiuvare relazioni umane, di fare in modo che il capitale sociale – ovvero relazionale – di un territorio sia non solo risorsa da cui partire ma anche esito di un processo che al suo interno si sviluppa in maniera partecipata, aperta e inclusiva. È un “passaggio di stato” reso possibile da un’azione comune, intenzionalmente partecipata da coloro che poi ne beneficeranno. Un luogo, quindi, è espressione della comunità o di più comunità. La dimensione comunitaria protagonista del passaggio da “spazi a luoghi” ha le sembianze del mutualismo ossia di persone che socializzano risorse, tempo e legami per un obiettivo che percepiscono come desiderabile, un obiettivo che “conviene” raggiungere insieme. Guardando all’origine del concetto di “comunità”, infatti, vi è quella che lo riconduce al tema del “dono” (cum-munus) e che intende la condivisione come elemento fondante dell’atto del donare. Questa interpretazione postula una serie di ragionamenti che nella loro costruzione portano a fare della relazione e, quindi, della reciprocità il fulcro di una comunità.

Quella cui siamo abituati oggi è una società che ha poca memoria storica: anche in termini identitari non ci permettiamo di attraversare il tempo e di portare con noi il “bagaglio identitario” precedente al fine di poter costruire il “bagaglio identitario” futuro. È questo movimento all’interno del tempo che, connettendo il “prima” con il “dopo”, permette di orientarci alla produzione di valore. Anche l’identità quindi diventa fulcro fondamentale della costruzione della comunità. Per ovviare il rischio di sviluppare un’identità tutta solo legata al passato serve un investimento di ricomposizione fra la diversità insita in generazioni, valori, interessi e benefici diversi. L’identità dei luoghi va perciò costruita nell’apertura, nella conversazione (metodo istituente dei luoghi) evitando così il rischio di cadere nel “comunitarismo”. Il test per verificare il grado di apertura dei luoghi sta nella loro capacità di “avvicinare” target inattesi e di includere chi desidera partecipare. È fondamentale perciò una logica bridging, ovvero in grado di costruire “ponti” tra identità, generazioni e interessi. 

Il concetto di città, inoltre, si lega poi a quello di comunità: da un lato, la città è lo spazio di integrazione sociale e culturale, dove si verificano processi continui di innovazione; dall’altro, la città è fattore di divisione, emarginazione ed esclusione, perché nel tempo (in particolare con la modernità) sono venuti a mancare gli spazi urbani aggregativi che erano il motore della comunità, luoghi di incontro tra diversi. Ciò si traduce in un problema per la costruzione della comunità che va risolto al fine di poter riportare la relazione e l’inclusione nelle nostre città.

In che modo – e in quali dimensioni – i centri sociali possono potenziare la loro vocazione di luoghi dell’innovazione sociale e a trasformarsi in Case di Quartiere?

Nel processo di trasformazione dei centri sociali in “Case di Quartiere”, uno spazio diventa quindi un luogo in cui la dimensione comunitaria è protagonista di un’innovazione che genera “nuove forme di valore condiviso”.  Non dobbiamo infatti pensare che l’innovazione sia un “innesto da inserire” dentro questi luoghi. Stiamo infatti parlando di innovazione sociale e perciò il primo passo è un’azione di consapevolezza (la coscienza dei luoghi, la chiamerebbe Beccattini). Per fare ciò tali luoghi devono puntare su tre elementi: anzitutto, la capacità di trasformare la vulnerabilità in risorsa. Questo concetto, che indica una condizione di scarsità di legami e di relazioni che va oltre la mera dimensione economica, dentro una logica di luogo può diventare risorsa, attraverso la realizzazione di percorsi di inclusione e innovazione sociale che riattivano i cd. “legami deboli” nel processo di produzione di valore comunitario. Secondariamente, i luoghi devono essere “pensati assieme”: è la comunità e chi abita i luoghi che si domanda e riflette su se stessa per costruire una visione strategica di lungo periodo, mettendo in atto quel principio cd. di intenzionalità il cui perseguimento contribuisce a pensare e realizzare un percorso di produzione di cambiamento (impatto sociale). Terzo, i luoghi devono essere attivatori delle cosiddette capacitazioni (capability), ovvero mettere a valore non solo le competenze già esplicite ed evidenti, ma anche anticipare e incentivare lo sviluppo di quelle che potrebbero diventarlo.

È principalmente su queste tre caratteristiche che un luogo, ad esempio un centro sociale, può essere riconosciuto come luogo aperto verso l’esterno, in ascolto della propria comunità e pertanto in grado di intercettare bisogni e individuare soluzioni adeguate in una logica eco-sistemica. 

Un centro sociale trasformato in una casa di “quartiere” deve essere visto dagli “abitanti” come la casa della comunità a cui loro appartengono (e non ad una dimensione utopia o ideale), deve essere vissuta come bene comune. Una coscienza questa che non può essere però l’approdo di un processo bensì l’innesco di una pluralità di azioni, funzioni e trasformazioni che ricombinano informalità, socialità, cura e innovazione. Così intesi i centri sociali possono contribuire a livello territoriale a dare vita ad una nuova intelaiatura economica e sociale che contribuisca a risolvere le sfide che emergono nel paese, sfide per loro natura collettive: la creazione di lavoro, la ricostruzione di coesione sociale, la promozione di mobilità sociale.

Questo progetto del Comune tende a spostare l’asse della relazione con il Terzo settore più verso un comune e reciproco interesse che è quello di generare impatti sociali nei territori, favorendo cioè l’innovazione per produrre effetti a beneficio delle comunità e della qualità della vita delle persone. Cosa significa oggi questa lettura del rapporto pubblico-privato (no profit)?

Il progetto si sviluppa su un concetto di “innovazione” che fa rima con la capacità di pensare a idee e azioni in grado di dar vita a beni e servizi di cui la comunità è protagonista. Un welfare comunitario in grado di superare il modello di welfare assistenzialista garantendo, al contempo, quel principio di universalismo che altrimenti sarebbe oggi compromesso, a causa della scarsità di risorse di natura pubblica. Dentro questa prospettiva la relazioni con il Terzo settore sta pienamente dentro alla visione contenuta dalla sentenza della Corte Costituzionale (n.131 di giugno 2020) che di fatto riconosce la funzione pubblica del Terzo settore. Una relazione generativa capace di ricombinare beni pubblici e beni comuni, servizi e beni relazionali. 

Il welfare comunitario è costituito da una pluralità di soggetti diversi che conversano e assieme leggono la complessità dei territori, attivando tra loro alleanze di scopo e innovazioni spesso inattese. Al centro del modello di welfare comunitario, infatti, c’è la persona, non solo come portatrice di bisogni, ma come “struttura di desiderio”. Dentro questa prospettiva la coproduzione diventa un atto intenzionale.

E perché può essere determinante per lo sviluppo dei territori o anche solo per forme di resilienza come quelle da attivare in un contesto come quello dei nostri giorni?

 Il progetto si sviluppa su un concetto di “innovazione” che fa rima con la capacità di pensare a idee e azioni in grado di dar vita a beni e servizi di cui la comunità è protagonista. Un welfare comunitario in grado di superare il modello di welfare assistenzialista garantendo, al contempo, quel principio di universalismo che altrimenti sarebbe oggi compromesso, a causa della scarsità di risorse di natura pubblica. Dentro questa prospettiva la relazioni con il Terzo settore sta pienamente dentro alla visione contenuta dalla sentenza della Corte Costituzionale (n.131 di giugno 2020) che di fatto riconosce la funzione pubblica del Terzo settore. Una relazione generativa capace di ricombinare beni pubblici e beni comuni, servizi e beni relazionali. 

Il welfare comunitario è costituito da una pluralità di soggetti diversi che conversano e assieme leggono la complessità dei territori, attivando tra loro alleanze di scopo e innovazioni spesso inattese. Al centro del modello di welfare comunitario, infatti, c’è la persona, non solo come portatrice di bisogni, ma come “struttura di desiderio”. Dentro questa prospettiva la coproduzione diventa un atto intenzionale. 

Un’ultima domanda: il mondo del terzo settore e della PA sono generalmente pronti a questa sfida dell’impatto sociale? Quali sono le variabili critiche?

Per far sì che questo modello possa attuarsi, ci sono almeno due meccanismi fondamentali che richiedono una rilettura del rapporto tra Pubblica Amministrazione e soggetti del Terzo settore: da un lato, l’esistenza di un territorio fatto di cittadini che non sono solo passivi rispetto ai servizi; dall’altro, di una logica di governance partecipativa, quindi con apertura rispetto a chi vive il territorio, anche in termini di capacità decisionale. In particolare, su quest’ultimo punto è necessario incentivare un assetto di governance cd. “circolare”, capace di cambiare in base alle mutazioni dell’ambiente territoriale, che è parte integrante dell’impianto organizzativo. Tale dimensione di circolarità, se da un lato evidenzia la necessità di avere un livello di decisioni “alto” che garantisca una capacità di fare sintesi e di proiettare bisogni e soluzioni in una visione di policy ampia e di lungo periodo, dall’altro descrive l’esigenza che il processo decisionale sia caratterizzato dall’ingaggio di figure intermedie e del rapporto con la comunità e con il territorio di riferimento. 

Ecco, quindi, la principale sfida che si pone in tal senso riguarda la costruzione di una visione condivisa orientata alla generazione di impatto sociale per la comunità di riferimento.

Short Paper: I quartieri come Learning Community, a cura di Paolo Venturi e Sara Rago

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Foto di Federico Contini

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