Un lavoro di squadra

Gestione collaborativa e autocostruzione assistita per la Casetta e il Giardino di Gabrina

Da alcuni mesi si sperimenta la gestione collaborativa della casetta e del Giardino officinale di Gabrina nel parco delle Acque Chiare, tra associazioni e cittadini che hanno sottoscritto l’Accordo di Quartiere per animare questi luoghi e prendersene cura. A distanza di alcuni mesi dalla sottoscrizione, abbiamo raggiunto alcuni dei protagonisti del progetto per saperne di più e farci raccontare come sia andata la realizzazione di un piccolo cantiere di autocostruzione assistita gestito dai cittadini, per completare l’immobile e aprirlo alla comunità.

A partire da Adriana Della Seta, tenace rappresentante di Gramigna, associazione capofila dell’Accordo di cittadinanza cui si deve l’animazione del Parco delle Acque Chiare e la creazione e la cura del Giardino officinale di Gabrina, un meraviglioso orto intitolato a Gabrina Degli Albeti, la più famosa erbaiola e guaritrice reggiana, che fu processata per stregoneria nel 1375.

Qui si coltiva un orto per coltivare relazioni e il giardino di erbe officinali è via via diventato non solo un punto di divulgazione sulle erbe con iniziative rivolte alle scuole e a tutti gli interessati, ma anche un luogo dove si sono avviati processi partecipativi e collaborativi, con lo scopo di promuovere l’inclusione sociale e il benessere della comunità.

Incontriamo Adriana mentre è intenta con altri volontari a sistemare le aiuole perché i primi tepori primaverili possano finalmente dare impulso alla crescita delle tantissime erbe.

Adriana, quante erbe officinali coltivate qui? 

“Nei momenti migliori, abbiamo avuto anche 80 specie! Le teniamo divise per utilizzo: qui ci sono quelle per l’apparato gastro intestinale, là tegumentario, genito-urinario, digerente, sistema nervoso e così via. Una necessità emersa è quella di avere uno spazio attrezzato per la loro trasformazione, cioè di realizzare un laboratorio officinale

Pulsatilla – Orto officinale di Gabrina

La casetta, appunto… Ci puoi spiegare che cos’è un “laboratorio officinale” e come pensate di usarlo?

“In un laboratorio officinale si realizza la lavorazione di prodotti erboristici  – spiega con competenza Adriana, che è laureata in Scienze e tecnologie erboristiche – possono essere preparazioni alimentari, come le tisane o le caramelle alle erbe, oppure olii essenziali, quelli da profumo, e poi a me piacerebbe, sempre con le necessarie autorizzazioni, realizzare dei preparati semplici fitoterapici, come le tinture madri”.

Adriana, per realizzare il pavimento in modo veloce abbiamo condiviso di sperimentare l’autocostruzione assistita coi cittadini. Chi ha fatto parte della squadra, come avete lavorato, com’è stato il clima di lavoro?

“Come associazione abbiamo seguito tutti i lavori ed anche fornito dei materiali, come le piastrelle, poi l’autocostruzione ha comportato la partecipazione all’esecuzione dei lavori di un gruppo di volontari, per la verità non così tanti – confessa divertita Adriana e in effetti dobbiamo riconoscere che il lavoro in un cantiere edile non è da tutti – e quindi, guidati dai professionisti, abbiamo aiutato nella realizzazione della pavimentazione e degli impianti, per circa un mese e mezzo, in un clima davvero simpatico”.

È dello stesso parere Maicher Biagini, l’architetto che ha seguito i lavori e affiancato l’associazione Gramigna e i volontari, a cui abbiamo chiesto come ha organizzato questa squadra di lavoro fatta da cittadini:

“Gli artigiani professionisti hanno svolto i lavori più impegnativi e più tecnici, mentre i cittadini volontari hanno potuto agire con delle limitazioni, necessarie per la loro sicurezza (ad esempio non potevano sollevare pesi di una certa dimensione, salire scale oltre certe altezze) e hanno svolto mansioni propedeutiche o di supporto ai professionisti, mentre alcuni lavori che non implicano problemi particolari di sicurezza, come ad esempio quello di tinteggiare le stanze, li hanno svolti interamente da soli.

Quali accordi sono stati presi con gli uffici tecnici del Comune di Reggio Emilia e qual è il bilancio di questa esperienza?

Con il Comune c’è stata una collaborazione stretta, sia nella fase preliminare, di passaggio delle consegne, dato che loro avevano eseguito il recupero e il consolidamento del fabbricato, ed anche in seguito tutte le scelte fatte insieme con l’Associazione Gramigna venivano comunicate, infine la valutazione finale è stata fatta con i tecnici del Comune.

Nell’esecuzione dei progetti mi capita spesso di collaborare con più soggetti, compresi i fruitori dell’opera, come in questo caso; penso che l’esperienza sia stata positiva sotto diversi aspetti, anche quello, non scontato, della programmazione economica, che è stata pienamente rispettata.

Personalmente ho svolto questo lavoro con uno spirito di servizio, penso sia valsa la pena impegnarsi e collaborare con il Comune e con le associazioni del territorio per la valorizzazione di un edificio pregevole, destinato ad un utilizzo pubblico e collettivo, che spero possa essere il più ampio possibile”.

Adriana Dalla Seta e altri volontari curano il Giardino officinale

Che l’autocostruzione assistita sia uno degli strumenti più efficaci per realizzare velocemente e in sicurezza piccoli cantieri edilizi l’ha sempre sostenuto Elena Farnè, professionista che affianca lo staff degli Architetti di quartiere del Comune di Reggio nei percorsi collaborativi dei Laboratori di quartiere, per lo sviluppo di azioni di rigenerazione urbana.

Elena ci spieghi meglio cosa implica la pratica dell’autocostruzione?

“L’autocostruzione assistita è una pratica edilizia che conferisce un ruolo primario al protagonismo delle persone, quando non ci sono le condizioni o la volontà di accedere al mercato e si vuole valorizzare il volontariato. È una pratica in cui di fatto le persone collaborano e si aiutano nel rispondere al bisogno di spazi contando sul proprio impegno. L’autocostruzione assistita è infatti riconducibile ai concetti di mutuo-aiuto e di riappropriazione dei processi del fare.

Il valore aggiunto del fare in auto-costruzione è che il lavoro di squadra è da stimolo per attivare le energie di ciascuno, far  crescere il rispetto per il proprio lavoro, alimentare  l’autostima, superare l’approccio all’assistenza, sperimentare la sostenibilità. Questa pratica si traduce inoltre in un risparmio del costo della manodopera e, nel caso di opere su beni pubblici, di un risparmio di tempo dal punto di vista delle procedure.

L’autocostruzione può essere poi una opportunità per formare e auto-formare le persone, per recuperare saperi e tecniche manuali, così che chi può e ha tempo possa mettere a disposizione le proprie competenze a beneficio di chi è interessato a sviluppare capacità e tecniche artigiane”.

Abbiamo altri esempi in Italia? E a Reggio Emilia? 

L’autocostruzione ha una storia importante, recente e antica. Negli anni del dopoguerra era molto diffusa e ci sono diversi soggetti del terzo settore che in varie parti d’Italia la sperimentano, come le associazioni Planimetrie Culturali e Manifattura Urbana (li abbiamo intervistati a maggio scorso, ndr), che operano con cittadini, famiglie, gruppi informali, ma anche con soggetti pubblici per il recupero di spazi dismessi o la realizzazione di arredi, giochi e attrezzature collettive.

Reggio Emilia ha moltissimi esempi virtuosi: nel mondo delle cooperative di abitanti era una prassi diffusa costruirsi da soli la casa, così come nei molti centri sociali tante opere sono state realizzate di sabato e di domenica da muratori, elettricisti e falegnami che hanno messo a disposizione tempo e competenze per costruire spazi in cui i cittadini potessero trovarsi, incontrarsi, fare festa, stare insieme.

Da allora la normativa è mutata e gli Enti hanno procedimenti precisi da seguire, ma l’autocostruzione assistita è per questo una grande opportunità, per non disperdere la generosità del volontariato laddove ci siano interessi e condizioni per sperimentarla, attivando la comunità”.

Torniamo da Adriana, perché adesso che il pavimento è finito e si possono finalmente aprire le porte della casetta di Gabrina, potranno avviarsi le attività previste nell’Accordo di quartiere, pensate in collaborazione tra Comune e cittadini e diverse associazioni del territorio, attività di tipo sociale, ricreativo ed educativo legate alla natura, all’ambiente e alla sostenibilità.

Adriana, ci fai una panoramica delle associazioni coinvolte e delle attività previste?

“La gestione degli spazi è condivisa tra diverse associazioni culturali, come L’Indaco e Improjunior che sta già realizzando qui i suoi laboratori di teatro empatico per bambini, Radici del cielo e le sue discipline evolutive, c’è Elisa Pellacani con le sue esplorazioni attorno ai libri. 

Gramigna sta pensando con il botanico Villiam Morelli a un erbario delle erbe spontanee del parco, in collaborazione con la scuola Marco Polo, un progetto con uno sviluppo lungo nel tempo, dato che naturalmente segue la stagionalità delle erbe.

Pensiamo a un corso di fitoalimurgia sull’utilizzo delle erbe spontanee in cucina e poi corsi di cosmesi naturale, un corso molto simpatico, che piace, di fabbricazione di saponi e poi vorremmo riproporre lo spettacolo teatrale su Gabrina”.

Ci salutiamo con un grande ringraziamento a tutti e tutte, condividendo con i nostri lettori il sogno di Adriana, che è quello di far crescere l’orto officinale fino a trasformarlo in un orto botanico, cioè in una vera e propria istituzione scientifica, in collaborazione con l’Università, con la speranza e l’augurio che la sua forza e la forza della collaborazione, possano riuscirci.

Nel frattempo non vediamo l’ora di scoprire cosa nascerà dalla collaborazione e dallo scambio dei diversi soggetti che si sono impegnati ad animare questo luogo… Tenete d’occhio il Giardino officinale di Gabrina nel Parco delle Acque Chiare, perché ne succederanno presto delle belle!

> Foto Federico Contini per Quaderno – Comune di Reggio Emilia

> Scopri di più sull’Accordo di cittadinanza per la cura dei quartieri Mirabello, Ospizio, San Maurizio, Villaggio Stranieri

Fanno parte dei firmatari dell’Accordo per la casetta e l’orto di Gabrina nel Parco delle Acque Chiare: Associazione Acque Chiare, Associazione Gramigna, Associazione culturale L’Indaco, Associazione Improjunior, Associazione Ilde, Ggev, Radici del Cielo aps, Spi-Cgil.

Volontari: Ermes Aguzzoli, Vando Cucchi, Martina Lapomarda, Claudio Massari, Olmes Nironi, Rita Piccinardi, Amos Poli.

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