Cittadinanza attiva e democrazia secondo Giovanni Moro

Il protagonismo civico come effetto e rimedio alla crisi del modello classico della democrazia rappresentativa

    Per il primo appuntamento il 20 ottobre del ciclo di incontri “La democrazia secondo noi“, Reggio Emilia ha ospitato il professor Giovanni Moro, sociologo politico, professore associato al Dipartimento di Scienze politiche dell’Università Sapienza e responsabile scientifico di Fondaca. 

    Abbiamo colto l’occasione per rivolgergli alcune semplici domande, per comprendere cosa sta succedendo alla nostra democrazia: i cittadini si organizzano in associazioni, gruppi, comitati, la partecipazione civica continua ad aumentare proprio mentre quella elettorale cala sempre di più.

    Quali sono le cause del protagonismo civico crescente, qual è l’entità del “fenomeno”, ma soprattutto quali sono gli effetti sulla qualità della democrazia?

    Domande –  e risposte – che ci aiutano nel dibattito che il Comune ha aperto in città sulle consulte, nuovi organismi decentrati di rappresentanza dei quartieri.

    Il nostro modello di democrazia è in crisi?

    “In tutto il mondo, sicuramente nelle democrazie consolidate, il modello classico della democrazia rappresentativa vive uno stato di difficoltà e di crisi. A leggere i titoli di certi libri di miei colleghi, politologi, uno pensa che sia tutto finito, invece la democrazia è un fenomeno dinamico, noi ne stiamo vivendo degli sviluppi che non sappiamo dove andranno a finire, ma siamo in mezzo e ne siamo anche protagonisti e quindi capire, approfondire cosa sta succedendo penso che sia la cosa più utile anche per capire cosa fare”.

    Cosa sta succedendo?

    “Noi abbiamo ereditato un modello di democrazia che si può ricondurre ad un’idea molto semplice – parlo del suo funzionamento. Il nucleo del concetto di democrazia è l’autogoverno e in che modo l’autogoverno si realizzi nelle società moderna, non nei villaggi alpini in cui si riuniscono i capifamiglia. Oggi questa idea si concretizza in un modello che abbiamo ereditato e che non funziona più, cioè si sta mostrando al di sotto della situazione.”

    Com’è fatto questo modello?

    “È un’applicazione della teoria dei sistemi, esiste un sistema politico, è un sistema vivente che vive in un ambiente con cui è  in un rapporto di reciproca influenza, questo ambiente saremmo noi, i cittadini, e la relazione che il sistema politico – i partiti, gli organi di governo, le sedute elettive, eccetera, e i cittadini stessi – un rapporto di input e output, esattamente come nei sistemi viventi o anche ad esempio come accade nei nostri telefoni quando premiamo un bottone e succede qualcosa.” 

    Cosa sono questi input?

    “Sono fondamentalmente delle domande che i cittadini rivolgono al sistema politico prevalentemente per il tramite del sistema politico stesso. I partiti hanno il compito di raccogliere, mettere insieme, rendere compatibili, a volte civilizzare queste domande dei cittadini e portarle nel sistema politico.”

    Cosa fa il sistema politico?

    “Il sistema politico elabora questi input e produce degli output, che sono le famose decisioni politiche, cioè degli atti istantanei, una specie di accendere la lampadina in cui si interrompe il corso delle cose e si cambia completamente lo scenario.

    In concreto queste decisioni politiche sono atti amministrativi, leggi, decreti del governo, definizione di politiche pubbliche, eccetera.

    Poi a quel punto queste decisioni vengono rese operative non solo dalla giurisdizione ma soprattutto dall’amministrazione, che è disegnata come una macchina unitaria, cieca, perché è solo al servizio del governo, efficientissima, razionale in cui la divisione dei compiti risponde a un criterio di competenze, impersonale nel senso che serve il governo, che ha l’obbligo di tradurre in outcome, cioè in effetti nella realtà, questi output che vengono dalle decisioni politiche.”

    In questo modello, cosa fa l’ambiente, cioè noi?

    A quel punto l’ambiente, cioè noi, visto il modo in cui il governo ha messo in opera le risposte alle nostre domande, decideremo alle elezioni successive se il governo ha lavorato bene, quindi lo confermeremo, oppure se ha lavorato male, quindi cambieremo governo.

    Questo è l’idea che noi ci portiamo dietro. Quando nelle campagne elettorali si sente dire “voi cittadini fate le domande, noi diamo le risposte” si pensa a questo, questo è quello che c’è in testa. Che è un’idea ingenua, primo perché molte cose avvengono a prescindere dal sistema politico, molte cose pubbliche, secondo perché spesso la capacità o la possibilità di produrre le risposte è carente o non c’è perché le istituzioni non hanno soldi, informazioni, competenze, consenso, per fare certe cose. Perché l’amministrazione è tutt’altro che una macchina cieca, tutt’altro che efficientissima, unitaria, tutt’altro che soltanto al servizio delle decisioni politiche, cioè della politica che esprime la sovranità popolare attraverso il sistema della rappresentanza”.

    Cosa accade nella realtà?

    “Questi cittadini si trovano sempre di più nel mondo a organizzarsi, non solo per fare delle domande che siano più forti e più impellenti ma anche per costruire le risposte.

    Questo non era previsto, cioè forme di iniziativa autonoma dei cittadini, così come poi sono state definite, dopo lunghi anni di impegno civico, nella costituzione in termini di sussidiarietà, chiamiamola sussidiarietà costituzionale per distinguerla da altre forme, è qualcosa di inatteso.

    I cittadini del modello potevano o votare, iscriversi ai partiti per formulare le loro domande oppure potevano protestare occupando spazi pubblici, le piazze le strade, oppure organizzandosi come gruppi di interesse per arrivare direttamente ai funzionari o ai politici.

    Noi ci troviamo ad aver ereditato questo modo di organizzare la realtà che è anche nelle nostre teste, in un mondo in cui questo modello non funziona più”.

    Perché dunque questo modello di democrazia non funziona più?

    “Per tante ragioni, non ultima delle quali perché la cittadinanza ha imparato a organizzarsi e ad agire in modo autonomo non in modo “festivo”, ogni tanto quando c’è una manifestazione, ma in modo “feriale”, continuativo e concreto – magari non si vede, però c’è in tutte le politiche pubbliche in cui sono in gioco interessi generali – ad organizzarsi e ad agire per l’interesse generale. Anche questa è una violazione di uno dei paradigmi del passato ed è in particolare l’idea che il governo della cosa pubblica è monopolio dei poteri pubblici, compresi gli attori che lo animano, cioè i partiti politici.

    Se i cittadini si organizzano e agiscono, anche solo come individui, per mettere mano a questioni di interesse generale, fosse pure per riverniciare le strisce pedonali, entravano in un contesto che è quello dell’usurpazione di pubblici poteri, almeno che non ricevessero la “concessione”.

    Invece nelle società democratiche contemporanee i cittadini fanno questo, cioè non si mettono insieme per coltivare legittimi interessi privati, per farsi gli affari propri, ma si mettono insieme e agiscono per occuparsi di questioni di interesse generale. Questo non era previsto e quindi il sistema democratico comprese le sue istituzioni sono messe alla prova da questa nuova situazione”.

    Quindi, che fare?

    È chiaro che la soluzione non è quello che si è sentito dire in questi anni: “togliamo il diritto di voto ai cittadini che non hanno la laurea”, ma è prendere sul serio il fatto che questi cittadini esistono, non sono come li volevamo, non si comportano come dovrebbero, non sentono come dovrebbero, però ci sono e questo esserci è fatto di tante cose, cose più brutte, antipatiche, sgradevoli, ma anche cose interessanti.

    Queste forme di organizzazione che ho chiamato “cittadinanza attiva” sono, con l’approssimazione meno inattendibile di questo fenomeno, che non si conosce, perché se lo si cerca nelle forme giuridiche previste dalle leggi non lo si trova – in Italia quasi 100 mila organizzazioni, secondo stime fatte dall’Istat anni fa –  che coinvolgono 2 milioni 200 mila persone, che danno lavoro a mezzo milione di persone.

    Qual è l’identikit della cittadinanza attiva?

    “Sono organizzazioni prevalentemente locali, piccole, povere, ma sono presenti in tutte le politiche pubbliche e svolgono ruoli diversi, fanno advocacy, organizzano servizi oppure fanno interventi diretti, mettono mano al problema. Stiamo parlando di una grossa realtà, il numero di persone coinvolte è 4 volte superiore a quello delle persone coinvolte nella vita dei partiti e però questi cittadini non sono lì, come diceva un altro vecchio modello, come diceva Tocqueville, a fare una palestra di democrazia, ad allenarsi a diventare bravi cittadini democratici che votano. No, chi si occupa dei disabili, per fare un esempio, si occupa dei disabili, fa proprio quello. Però quello vuol dire occuparsi di qualcosa che ha a che fare con tutto il modo con cui noi organizziamo la nostra vita comune, dalle strade, alle competenze, al lavoro, alla scuola, eccetera”.

    Come hanno reagito le amministrazioni al nuovo contesto?

    “Le amministrazioni soprattutto quelle locali hanno reso l’idea di collaborare, cioè  che ci devono essere delle forme di collaborazione – del resto il principio di sussidiarietà scritto nella Costituzione parla di una responsabilità di “favorire”. Questo verbo può voler dire molte cose, ma sicuramente vuol dire che ci deve essere una relazione.

    Ci sono molti tentativi, esperimenti che le amministrazioni fanno per essere parte positiva costruttiva di questa situazione, un bel po’ sono strumentali sinceramente, cioè sono relazioni per cui si possa alla fine dire “abbiamo coinvolto i cittadini” quindi quello che avevamo già deciso all’inizio e che alla fine non abbiamo discusso seriamente è stato legittimato dal coinvolgimento dei cittadini. Molte altre amministrazioni ci provano e sperimentano. Non c’è una soluzione, la democrazia non è la conformità ad un modello ideale ma è la costruzione dei modi in cui l’autogoverno si può realizzare. 

    Su questo c’è da riflettere, discutere, fare ricerca e poi da lavorare, che è la cosa più importante”.

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    Giovanni Moro è un sociologo politico. È professore associato al Dipartimento di Scienze politiche dell’Università Sapienza e responsabile scientifico di Fondaca, una fondazione di ricerca con sede a Roma. Si occupa di fenomeni connessi alla cittadinanza e ai suoi mutamenti, di politiche pubbliche, di nuove forme di governance e di organizzazioni a impatto sociale. Ha dedicato particolare attenzione alle cittadinanza attiva e alla cittadinanza europea. Il suo ultimo libro è “Cittadinanza” (Mondadori Università 2020).

    Scopri il programma completo de “La democrazia secondo noi

    Scopri di più sul percorso verso le consulte di quartiere.

    Foto @Laura Serraino per Laboratorio Aperto Chiostri di San Pietro

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